Sick Rose
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Alive and Well

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Ancora sconvolta dalla forza devastante del punk, l’Europa si concedeva una pausa di riflessione con la new wave, non sapendo che, da qualche parte, erano stati gettati quei semi che avrebbero generato nuovo fermento nella scena musicale mondiale. 

La Svezia con Nomads, Wylde Mammoths, Stomach Mouths, the Creeps e altri ancora, si impone quale regina del movimento garage revival, mentre anche in Italia si intravedevano i primi germogli.

Con la compilation “Eighties colours” si intravedono i frutti di questa semina infestante in tutta la penisola dove spiccarono in modo particolare i Sick Rose di Torino.

Da oltre quarant’anni sulla scena, incontriamo Luca Re, il frontman dall’infaticabile anima rock and roll dei Sick Rose.

Logo dei Sick Rose

In una Torino che contendeva a Milano la palma di capitale della musica, c’eravate voi, gli Statuto, i Persiana Jones, i Negazione, i No Strange, ed infine i Party kidz coprendo tutte le scene alternative. Che aria si respirava?

È stato un periodo interessante una scena molto viva che, per quanto ci riguarda, è nata quasi per caso.

Personalmente ho cominciato ad appassionarmi a questo genere di musica avvicinandomi alla scena paisley underground. Avevo i dischi dei Beatles, degli Who, un po’ di beat acquistati negli anni ’70. Ma con l’arrivo dei gruppi paisley, in primis i Dream Syndicate, c’è stato il punto di svolta, perché comunque era un suono chitarristico che rompeva violentemente con la scena new wave.

In quegli anni anche io ero stato influenzato da quel suono. Conoscevo i gruppi mod del ’79 che mi riconciliarono con le band anni ’60, ma con l’uscita dell’album “The days of wine and roses” dei Dream Syndicate sono rimasto folgorato.

Come vi siete formati?

Decisi di mettere un annuncio in un negozio di musica, Rock e Folk, ancora oggi un punto di riferimento, che diceva: “The Sick Rose band neo psichedelica, cerca bassista, chitarrista e batterista“.

Dopo una settimana rispose all’annuncio Diego Mese, quindi cominciammo a suonare facendo proprio i pezzi della band di Steve Wynn e dei Green on Red. Contemporaneamente scoprimmo tutta la scena più underground con Fuzztones, Chesterfield King etc.

Suonare dal vivo in quel periodo ci faceva sentire un po’ dei marziani, perché c’erano ancora molti gruppi dark…e questo è stato il nostro inizio.

Un esordio difficile quindi, soprattutto per l’uso dell’inglese, mentre la maggior parte dei nuovi gruppi cantava in italiano…

Sì, ma noi decidemmo di usare l’inglese perché ci rendevamo conto che quelle sonorità non appartenevano al nostro background e cantare in italiano ci sembrava una forzatura.

La scena comunque cominciava a prender campo, in breve tempo uscirono gruppi estremamente validi in tutto il paese!

Sì, noi ascoltavamo principalmente band straniere ma con l’uscita della raccolta “Eighties colours” su Electric eye ci siamo resi conto di non essere soli. A Pisa c’erano i Birdmen of Alkatraz, a Milano i Four by Art ed altri ancora.

Era una scena molto variegata, quella che, all’epoca, era definita come garage punk, in realtà, comprendeva delle bands molto diverse tra di loro.

Cover “Eighties Colours”

Faces“, il vostro album d’esordio, è un melting pot di quelle che saranno le sonorità della band, senza fossilizzarsi in un solo grande genere ma con varie sfacettature che emergono durante l’ascolto.

Cover di “Faces” dei Sick Rose

Infatti, noi ci siamo sempre ispirati agli anni ’60 ed il titolo dell’album riflette le varie influenze che ci sono all’interno del gruppo. Nella band c’era Rinaldo Doro che veniva dal prog, aveva qualche anno in più di noi ed era più legato alle band americane e alla psicadelia.

Diego Mese arrivava dal country quindi era un grande appassionato di Buffalo Springfield. C’ero io, che forse ero l’anima più garage punk perché orientato verso gruppi come Seeds, Count five etc., Maurizio Campisi che era stato un mio compagno di liceo ed era più vicino alla scena rock, con gruppi come gli Mc5 e Dante Garimanno, e infine il batterista che aveva venti anni più di noi che apprezzava molto il beat.

Diciamo quindi che il disco è un caleidoscopio, dove cerchiamo di mettere in risalto tutte quelle sonorità. 

Jello Biafra, grande amante delle band italiane, vi ha definito come “Il miglior gruppo della vostra generazione“. Siete mai entrati in contatto con lui?

Jello scrisse al nostro fan club, all’epoca gestito da Cristina Scanu, su carta intestata della sua label, l’Alternative Tentacles, dove ci chiedeva espressamente una copia del nostro secondo singolo “Double shot” perché in America non riusciva a reperirlo. 

Abbiamo così scoperto che è un grandissimo conoscitore della scena italiana ed internazionale quindi, con grande piacere, gli spedimmo la copia del singolo.

“Someplace better” l’ultima uscita discografica, a celebrare i trentacinque anni di carriera, è il primo lavoro con tutti brani originali. Come mai non ha trovato spazio nessuna cover? Avevate molte cose da dire evidentemente!

Sì, avevamo tante cose da dire, era un periodo molto creativo e secondo me, a livello compositivo, il miglior disco dei Sick Rose.

Anche migliore di quel “Faces” che vi lanciò nella scena?

Secondo me sì, anche perché quel lavoro fu realizzato in maniera “inconsapevole”. Avevamo poco più di venti anni e con quel disco ci siamo riappacificati solo parecchio tempo dopo perché non eravamo contenti di come era stato registrato. Non avevamo esperienza ed avremmo sempre voluto che quel disco suonasse meglio. 

Someplace better“, invece, è stato un disco meditato, forse anche troppo, però credo sia il nostro lavoro migliore.

Sicuramente poteva essere prodotto in maniera diversa ma avevamo bisogno di qualcosa di più semplice perché in fondo siamo un gruppo di R’n’R.

Avete condiviso i palchi con molti nomi di spicco, dai Fuzztones di Rudi ai Chesterfield King, passando per i Dream Syndicate. Che ricordi avete di queste grandi esperienze?

Il tour che facemmo nell’87 con i Fuzztones è il ricordo migliore anche perché attraversammo tutta la Germania con altre sei band tra cui anche gli svedesi Stomach Mouths e i Vietman Veterans dalla Francia. 

C’erano questi furgoni che formavano una carovana, andammo anche a suonare a Berlino attraversando tutta la Germania dell’Est in un febbraio freddissimo.

Dei Fuzztones, ho un ricordo bellissimo, a parte Rudi che in quel periodo era nel trip della rockcstar, quindi non considerava le band di supporto. Mentre con Jordan Tarlow, il chitarrista, nacque un bellissimo rapporto; ci incoraggiò molto ed anche con John Carlucci, il bassista, nacque una bella amicizia. In quell’occasione vivemmo un’esperienza R’n’R a trecentosessanta gradi.

Hai vissuto ad Amburgo per sei anni. Come eravate percepiti? Un gruppo italiano che fa garage, una cosa decisamente insolita.

Diciamo che abbiamo avuto la fortuna di partecipare al primo grande festival garage ad Amburgo nell’estate dell’87. Fummo invitati e suonammo con the Thanes davanti ad oltre 1500 persone. 

Grazie a questa partecipazione, ogni anno facevamo un tour in terra teutonica. Ad ogni  modo eravamo rispettati da tanti, Lee Joseph della Dyonisus records per esempio, ma più in generale c’era grande curiosità nei nostri confronti.

Sono stato molte volte ospite a casa di Timothy Gassen, autore del libro “The knights of fuzz“, ed ha sempre riconosciuto che avevamo un qualcosa in più che ci siamo giocati molto bene. 

Copertina del libro “The knights of fuzz”

“Sick Rose” è una bellissima poesia di William Blake sull’innocenza perduta. Come mai la scelta ricadde su un nome così particolare?

William Blake, grande poeta romantico, mi è sempre piaciuto molto, fin dai tempi della scuola. Nel 1981 andai per la prima volta a Londra in vacanza con due compagni di liceo e ricordo che alla Tate Gallery vedemmo una mostra di Blake come incisore! Poche persone infatti sanno che è stato anche un grande illustratore e che lo fu anche della Divina Commedia.

Quando decisi di formare questo gruppo, che all’epoca era definito neo psichedelico perché non si usava il termine “garage”, lessi che Jim Morrison, prese il nome dal saggio di Aldous HuxleyThe Doors of perception” a sua volta ispirato ad un verso di Blake.

Ricordo che facemmo un concerto all’università, al politecnico di Torino e Riccardo Bertoncelli (giornalista e critico musicale ndr) nel presentarci disse: “In realtà  negli anni ’60, visto che tutti i gruppi avevano un’attitudine positiva, sarebbe stato impossibile vedere una band che si chiamasse The Sick Rose!“.

Credi che in futuro, ci potrà essere un altro garage revival visto che ciclicamente le cose si ripetono?

Quello che oggi viene definito garage è un suono molto diverso dal nostro.

Oggi c’è un suono abbastanza monolitico legato al low-fi. Anche prima c’era qualcuno con queste sonorità ma dentro aveva anche tanto folk-rock, quindi quella scena degli anni ’80 per me rimane unica.

Adesso con internet è possibile accedere a tutto, una volta era difficoltoso persino trovare i dischi. Al sabato si andava in centro nei negozi a vedere gli ultimi arrivi, ora puoi vedere i Music Machine in alta definizione.

Noi fantasticavamo su queste band, non sapendo quasi nulla, affidandoci solamente alle riviste di settore e trovare i dischi era estremamente complicato.

Avete varcato la fatidica soglia dei quarant’anni di carriera, dobbiamo aspettarci ancora qualche novità?

In progetto abbiamo un singolo che dovrebbe uscire in primavera per la  Rubber Soul di Torino, di nuovo in collaborazione con Dom Mariani che è stato in tour lo scorso autunno, quindi abbiamo registrato con lui due brani. Poi c’è l’idea di fare un LP, che sarà un tributo alla scena garage degli anni ’80.

Quando dovrebbe uscire, quest’anno?

Noi siamo abbastanza pigri e poi per mille motivi la musica è oramai un hobby che si fa nei ritagli di tempo. Contiamo di farlo uscire entro l’anno, anche se ho qualche dubbio che le tempistiche possano coincidere, conoscendoci….

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Info Silvano Pertone

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"Dio del rock ( e non solo...) fa' che resti sempre alternativo" Coinvolto per un decennio nel mondo dell'underground grazie alla mia fanzine, oggi guardo ad altre scene sempre alternative, in primis la mail art.

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