Entra in vigore il Digital service act in Europa: cosa significa per le grandi piattaforme digitali
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Entra in vigore il Digital service act in Europa: cosa significa per le grandi piattaforme digitali

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I social network occidentali sembrano vivere un momento di crisi, mentre Musk guarda a WeChat come alla app definitiva del futuro. Intanto l’Europa licenza una norma che richiama le grandi piattaforme digitali a moderare meglio i contenuti pubblicati sui propri servizi

Da venerdì 25 agosto è entrato in vigore il Digital service act, la nuova legge europea sui servizi digitali che richiama a una maggiore responsabilità le grandi piattaforme digitali. Per ora, la norma riguarda solo i portali con più di 45 milioni di utenti attivi ogni mese, 19 in questo momento, ma a febbraio si estenderà anche a siti più piccoli.

Le compagnie interessate al momento sono i principali sociali network e strumenti digitali di uso quotidiano, come Meta (Facebook e Instagram), Google (Google Ricerca, Google Play, Google Maps, Google Shopping, YouTube), X (ex Twitter), Tiktok, Snapchat, Pinterest, LinkedIn. Ma il Digital Service Act tocca anche portali di shopping online, come Aliexpress, Amazon e Zalando, o per prenotare soggiorni come Booking; Apple e Microsoft, rispettivamente per via dell’Appstore e del motore di ricerca Bing. Ultima non ultima, sarà soggetta anche Wikipedia, la più importante enciclopedia digitale.

Digital service act: cosa stabilisce?

La nuova norma conferisce di fatto maggiori responsabilità legali alle piattaforme in merito ai contenuti pubblicati su di esse, sulla trasparenza nei confronti degli utenti e sulla tutela della privacy dei minori. In particolare, istituisce diversi obblighi di legge, come l’obbligo di:

  • trasparenza (obbligo di fornire ai ricercatori l’accesso ai dati, trasparenza dei sistemi di suggerimento e di pubblicità mirata);
  • notifica e azione, che permettano agli utenti di segnalare contenuti illeciti e il conseguente obbligo di valutazione ed eventuale rimozione del contenuto illecito, nonché sospensione degli utenti recidivi e obbligo di notifica di sospetti reati alle autorità giudiziarie;
  • informare l’utente della decisione della piattaforma di attuare moderazione del contenuto, motivando e permettendo la contestazione;
  • fornire l’opzione all’utente di non ricevere suggerimenti basati sulla profilazione;
  • chiarezza e rispetto dei diritti fondamentali nei termini di servizio;
  • presenza di un quadro completo di gestione del rischio e relativo audit indipendente.

Tra le altre prescrizioni, entra in vigore il categorico divieto per le pubblicità personalizzate per i minori. Un altro tema caldo sarà la lotta alla disinformazione e alla propaganda filo-russa, che già in passato ha approfittato delle maglie larghe di questi portali per influenzare i processi elettorali. L’attenzione, ovviamente, è rivolta alle prossime elezioni europee (giugno 2024) e alla composizione del prossimo parlamento dell’Unione. Inoltre i contenuti creati dall’intelligenza artificiale – foto o video che siano – dovranno essere segnalati come tali.

Il Digital service act di fatto rende in un certo qual senso “editori responsabili” le grande piattaforme digitali

Le compagnie coinvolte dal provvedimento dovranno quindi creare o rinforzare i loro servizi di moderazione per rispondere alle segnalazioni di fake news, contenuti violenti, frodi e quant’altro e agire in modo tempestivo. Come? Rimuovendo i contenuti che violano la legge e, in caso di potenziali o effettivi reati, contattare le autorità competenti.

Dovranno essere adottati regolamenti che spieghino la selezione dei contenuti personalizzati in base al profilo del singolo utente. Inoltre, dovrà essere chiaro per l’utente quando si trova davanti a un’inserzione a pagamento e chi promuove tale messaggio.

In caso contrario, sono previste sanzioni fino al 6% del fatturato globale. Calcolatrice alla mano, si parla di cifre astronomiche, basti pensare che Amazon nel 2021 ha registrato quasi 470 miliardi di dollari di fatturato; una cifra che fa quasi impallidire Alphabet, casa madre di Google, per lo stesso anno ha chiuso l’esercizio con 257 miliardi. E, in caso di recidiva, il Digital service act potrebbe anche comportare la messa al bando della piattaforma.

Al momento solo Amazon e Zalando hanno presentato ricorso alla Corte europea per l’inserimento in questa lista. Fintanto che i giudici non si saranno espressi, tuttavia, la norma rimane valida anche per loro. Altri hanno accusato l’UE di voler creare un nuovo livello di censura. Un’ipotesi che però Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno e all’Industria, smentisce categoricamente. Secondo sua dichiarazione, in cui cita per altro George Orwell e 1984, «in Europa non ci sarà il Ministero della Verità. Ciò che ci sarà è trasparenza: nei processi algoritmici, nei bot e negli annunci personalizzati».

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X, sorvegliata speciale nella “crisi dei social”

Nel frattempo molte delle compagnie interessate hanno già notificato di aver preso provvedimenti per essere a norma con il Digital service act. Meta sarebbe già intervenuta sia sui contenuti organici che sulle pubblicità, come Apple, Google e Microsoft, mentre TikTok annuncia di aver destinato oltre mille persone del proprio organico alla moderazione.

Anche Elon Musk assicura di essere “duramente al lavoro” per rendere X in regola con la norma, eppure le sue affermazioni non hanno tranquillizzato utenti ed esperti. Dall’acquisto di Twitter, il nuovo CEO ha agito e si è espresso in favore della libertà di espressione, concetto molto caro al mondo statunitense. Favorire il ritorno di Donald Trump sul social network, dare più spazio e legittimità a gruppi white-first, aggredire e minacciare i giornalisti, oscurare i siti di informazione non considerati “favorevoli”. Queste tra le iniziative intraprese da Musk su Twitter nell’ultimo anno, che però apparentemente non favoriscono la verità né la trasparenza, ma solo il guadagno del multimiliardario.

L’acquisizione di Twitter è costata 44 miliardi di dollari e non sorprende che ora Elon Musk voglia rientrare al più presto dell’investimento.

Ne risulta però un processo decisionale confuso e poco attento alle conseguenze: basterebbe ricordare i danni di immagine a grandi aziende prese di mira da hacker che hanno acquistato per pochi dollari la spunta blu l’anno scorso, senza nessun processo di controllo. Tra le più danneggiate, Eli Lilly&co, l’azienda farmaceutica americana che ha visto crollare il proprio valore in borsa all’annuncio che il loro prodotto più redditizio – l’insulina – sarebbe diventato gratuito.

Il recente rebranding che nessuno sembra voler assimilare continuando a parlare di “ex Twitter”. Il glitch che ha cancellato i contenuti pre 2014 è solo uno dei problemi che hanno spinto Musk a parlare di possibile fallimento del social network. L’uccellino azzurro si sta rivelando un pozzo senza fondo di denaro, anche perché le decisioni poco oculate stanno facendo scappare gli inserzionisti.

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Sempre parlando di social network, anche Meta ha i suoi crucci. Mark Zuckerberg sembra determinato a continuare a investire in Threads, o “l’anti-X”, il social che è stato lanciato in fretta e furia a luglio per capitalizzare lo scontento degli utenti di Twitter. Tuttavia, anche qui la decisione sembra più dettata dall’ego che dai numeri: in poche settimane Threads sembra già abbandonato. L’engagement sul nuovo portale al momento del lancio, il 7 luglio, toccava i 21 minuti di media; un mese dopo è già sceso secondo Similarweb a 3 minuti. Anche gli utenti attivi sono scesi da 2,3 milioni ad appena 576.000: la minaccia di perdere il profilo Instagram cancellandosi da Threads non ha fatto da deterrente. Del resto non serve cancellarsi per fare di un social una cattedrale nel deserto, è sufficiente non utilizzarlo.

È il canto del cigno dei social network occidentali?

Come spesso accade quando c’è un momento di stallo, i detrattori dei social accorrono a profetizzarne la fine. In realtà c’è abbondanza di spazio nel mondo digitale per tutte le piattaforme esistenti e anche più. Al momento, i due CEO – protagonisti della strana sfida dell’estate – appaiono però molto in difficoltà a intercettare i bisogni dei loro utenti. Bisogni che probabilmente in questo momento sono interpretati meglio nelle nuove disposizioni del Digital service act dell’Unione Europea: trasparenza, concretezza, moderazione delle fake news.

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Nel frattempo il sogno di Musk di trasformare Twitter nella controparte occidentale di WeChat sembra quantomeno allontanarsi. La app in questione in Cina ha un ruolo di fornitore quasi monopolista di servizi digitali, dai social alle chat ai pagamenti… Ma tramite il suo sistema è possibile anche prenotare servizi come visite mediche o trasporti, ordinare la spesa e molto altro. Il tutto in una singola applicazione. Il ruolo di “ombrello digitale” nell’ecosistema digitale occidentale però sembra essere più adatto ai fornitori di sistemi operativi e distributori di app. Apple in questo ha già un ruolo “analogo”, offrendo molti di questi servizi non in un unico software ma nel suo sistema integrato. Inoltre con l’Appstore influenza scelte e consumi dei suoi utenti.

Una app come WeChat sarebbe a dir poco incompatibile con il Digital service act

C’è una mentalità opposta sull’idea del controllo e sulla condivisione di dati personali con le grandi piattaforme, rispetto alla Cina. Non a caso anche gli Stati Uniti stanno legiferando allo scopo di limitare il potere delle compagnie digitali sulla vita degli utenti che, prima di tutto, sono cittadini.

Oltre alle norme però rimane fondamentale l’educazione digitale. La consapevolezza degli utenti in merito a profilazione e fake news rimane bassa, così come la conoscenza dei meccanismi dietro ai social. La frase «È colpa dell’algoritmo» è ormai entrata nel linguaggio comune, ma in pochi sanno spiegare cosa voglia dire davvero. Senza un’adeguata formazione dei cittadini a tutti i livelli e tutte le età, leggi che si basano sulle segnalazioni dal basso come questa rischiano di rimanere inapplicate.

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