Julian Assange è libero e può lasciare il Regno Unito

Julian Assange patteggia ed è libero di pagarsi il jet privato

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Dopo più di cinque anni in un carcere di massima sicurezza, 1901 giorni di reclusione in totale, Julian Assange è tornato libero e ha lasciato ieri il Regno Unito. L’annuncio dal suo sito, Wikileaks, dopo che l’hacker più noto del mondo ha raggiunto un accordo con la giustizia statunitense e si è dichiarato colpevole delle accuse, ossia aver pubblicato circa 700.000 documenti riservati relativi alle attività militari e diplomatiche degli Stati Uniti, a partire dal 2010.

L’accordo prevede che Assange si presenti in un tribunale nelle Isole Marianne Settentrionali, territorio americano. Per domani invece è prevista l’udienza in cui il giudice gli ridarà la libertà e, con essa, la possibilità di tornare in Australia, ossia il Paese d’origine di Assange.

L’accordo si è concentrato su un solo capo d’accusa che gli varrà una condanna a 64 mesi di prigione – un periodo che però il 52enne ha già scontato nel Regno Unito. Per questo motivo di fatto Assange sarà un uomo libero non appena un giudice federale ratificherà l’accordo raggiunto con il Dipartimento di giustizia americano. 

Stella Assange: «Grazie a chi si è mobilitato»

«Julian è libero!», ha confermato anche su Facebook la moglie dell’attivista, Stella Assange. «Le parole non possono esprimere la nostra immensa gratitudine a te, si proprio a te che ti sei mobilitato per anni e anni per rendere questo vero. Grazie, grazie, grazie». 

In un videomessaggio la donna ha ringraziato ancora il movimento incredibile che supporta il marito insieme a Kristinn Hrafnsson, direttore di Wikileaks.


«Il suo calvario sta volgendo al termine», ha commentato anche la madre di Julian Assange intervistata dai media , dopo la notizia della sua scarcerazione a seguito dell’accordo raggiunto con il Dipartimento di giustizia USA.

La vicenda di Julian Assange

Già condannato nel 1992 per essersi infiltrato nei computer di un’università australiana e del Dipartimento di difesa americano, Assange nel 2007 fonda Wikileaks, una ong che si propone di rivelare in forma anonima e protetta documenti secretati di tutto il mondo.

Il suo nome sale però alla ribalta nel 2010, quando il sito di Wikileaks rende di pubblico dominio oltre 250mila documenti diplomatici degli USA, di cui molti confidenziali o segreti. La vicenda fu estremamente controversa, perché tra i dati pubblicati ci sono anche informazioni su agenti in missione sotto copertura o in ruoli estremamente pericolosi. Ma in particolare si creò un grande imbarazzo per dei documenti della CIA in cui si consigliavano strategie di comunicazione e distrazione di massa per fare in modo che l’attenzione sul conflitto in Afghanistan rimanesse minima da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Emergevano anche centinaia di vittime civili mai inserite nei rapporti ufficiali e molte altre manipolazioni per coprire quanto fosse accaduto davvero in Afghanistan negli ultimi nove anni di conflitto.

L’asilo nell’ambasciata ecuadoriana, la reclusione e il tentativo di estradizione

Pochi giorni dopo dalla pubblicazione dei documenti, scattò un mandato di cattura europeo da per Assange, che si consegnò a inizio dicembre a Scotland Yard. L’anno seguente cominciò la trafila burocratica per concedere l’estradizione in Svezia, ma al rifiuto della Corte Suprema britannica l’attivista si rifugiò nell’ambasciata dell’Ecuador di Londra. La situazione cambia nel 2017 con l’elezione a Quito di Lenin Moreno, che considera Assange un «problema ereditato» dall’amministrazione precedente. Due anni dopo, l’asilo viene revocato e Assange è espulso dall’ambasciata, viene così preso in custodia dalla giustizia britannica.

L’estradizione per gli Stati Uniti però si incaglia, malgrado le richieste statunitensi, perché l’Alta Corte di Londra sancisce che da Washington si deve provare che Assange non affronterà una possibile condanna alla pena di morte. Nel frattempo, l’Australia comincia a chiedere la liberazione di Assange.

Il 20 maggio 2024 Assange ottiene il permesso di ricorrere contro l’estradizione sulla base che, in quanto cittadino straniero sotto processo, rischia di non poter fare affidamento sul Primo Emendamento, che sancisce la libertà di parola negli USA. A questo punto l’amministrazione di Biden ha spinto per un accordo e una condanna “simbolica”.

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Info Laura Casale

Laureata in Comunicazione professionale e multimediale all'Università di Pavia, Laura Casale (34 anni) scrive su giornali locali genovesi dal 2018. Lettrice accanita e appassionata di sport, ama scrivere del contesto ligure e genovese tenendo d'occhio lo scenario europeo e internazionale.

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