Giorgio Caproni il viaggio
Giorgio Caproni

7 Giorgio Caproni. Una funicolare dove porta, amici, nella notte? Viaggi ‘altrove’ e mezzi di trasporto

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Una funicolare dove porta,

amici, nella notte?

Giorgio Caproni il viaggio
Foto di Patrizia Traverso

 

Viaggi ‘altrove’ e mezzi di trasporto.

Il viaggio come metafora dell’esistenza umana è certo uno dei temi principali della poesia di Caproni.  I luoghi rivisitati o semplicemente ricordati costituiscono i punti di riferimento più o meno stabili ove collocare di volta in volta le tappe percorse durante il proprio viaggio-vita. 

I viaggi che mettono in relazione tra loro i luoghi della vita di Caproni si cristallizzano in una serie di mezzi di trasporto che presto diventano anche metafore di stati esistenziali diversi.

Livorno e Genova sono associate nella memoria del poeta con particolari modalità di movimento, con mezzi e traiettorie precise: è per la funicolare, ad esempio, che Genova diventa per Caproni “la mia città dagli amori in salita”.

Interessante il raffronto tra i diversi mezzi di trasporto che compaiono nelle poesie di Caproni: la bicicletta, il treno, la funicolare e l’ascensore.

La bicicletta

Le biciclette è un poemetto di Caproni, dedicato all’amico Libero Bigiaretti, in cui “la ricapitolazione autobiografica si affida al mito di Alcina nel transito dalla sua felice esuberanza, carica di umori e sensualità, […] all’epilogo di distruzione tragica della sua favola”. (Luigi Surdich, Giorgio Caproni. Un ritratto, p.63)

C’è il passaggio dal tempo della giovinezza allo scontro con la dolorosa e tragica realtà della guerra che produsse in Caproni, e certo in tutti coloro che ne presero parte, una ferita non più rimarginabile.

Si assiste ad una separazione netta del tempo che ormai sembra procedere su due binari nettamente opposti, il prima e il dopo la guerra. E “la coscienza del destino si oggettiva nelle antitetiche figurazioni simboliche della bicicletta” : si comincia col “delicato / suono di biciclette umide”, col “tenue ronzio di raggi e gomme”, col “pedale / melodico”, con le “armoniche ruote”, e si giunge ai “bicicli” che “ronzano funesti” e alle “tetre biciclette”. (Luigi Surdich, Giorgio Caproni. Un ritratto, p.63)

Perché la bicicletta come metafora del destino individuale dell’uomo? Perché la bicicletta è un  mezzo di locomozione mosso da chi lo usa ed utilizzabile da una sola persona alla volta: è quindi il simbolo della propria libertà ed indipendenza, nonché di una personalità non subordinata a qualcuno ed in grado, perciò, di andare dove vuole.

Tutte queste possibilità vengono immediatamente meno, è evidente, nel preciso istante in cui la guerra ha inizio: le biciclette funeste e tetre rispecchiano perfettamente la condizione più intima ed interiore di ciascun individuo di quel tempo.

Il treno

Nel poemetto troviamo anche un breve cenno ad un altro mezzo di locomozione, il treno (“Fu il transito dei treni che, di notte, / vagano senza trovare una meta / fra i campi al novilunio?”), a proposito del quale Caproni dirà in un’intervista:

Sono metafore, quelle ferroviarie, venutami da sé. Forse il treno (che non può fermarsi né deviare quando vuole, come l’automobile) potrebbe darci il senso quasi dell’agostiniana predestinazione, in luogo del libero arbitrio.

E così la funicolare con quel cavo che tira. (Molti dottori nessun poeta nuova, intervista a Giorgio Caproni, cit.)

Il treno è infatti un mezzo di trasporto caratterizzato da una serie di obblighi imposti dall’esterno, dal collettivo (orari implacabili, tragitti predeterminati, tappe inevitabili), cui il viaggiatore-l’individuo-il singolo è costretto a piegarsi, così come è costretto a piegarsi e a combattere una guerra tanto assurda, quanto ineliminabile.

La funicolare.

Nei successivi Versi Caproni utilizza infine, come mezzo di trasporto, la funicolare (chiamata anche “arca”, “barca a fune”, “furgone”, “carro”, “funivia”) che dall’alto passa sui punti più caratteristici di Genova (“l’arca […] oscillando defalca / i mercati di pesce e d’erbe”; “E via per scogli freschissimi ed aria, / nella tremula Genova, l’antico / legname della barca a fune in aria / nero travalica i ponti…”) per poi immaginosamente spaziare per i quartieri delle alture della città: “Oregina / grigia di casamenti ove il furgone / duro s’inerpica”; “allo Zerbino / alto sopra le carceri”.

Quartiere dopo quartiere si assiste anche allo scorrere dei vari momenti della giornata: il viaggio-volo della funicolare diventa quindi metafora del viaggio dell’uomo attraverso le età della vita nonché, scrive Raboni, “viaggio del personaggio-poeta attraverso le tappe della sua vita, scandita dalle penose o atroci emergenze della storia: il tutto avvolto in un duro, impossibile presente. […]” (Schede per la funicolare, G. Raboni in Genova a Giorgio Caproni, p.77)

In una lettera al Betocchi del 20 Agosto 1979 Caproni spiegò in questi termini il vecchio poemetto della funicolare:

 

Le Stanze della funicolare sono un poco il simbolo, o l’allegoria della vita umana, vista come inarrestabile viaggio verso la morte.

La funicolare del Righi, a Genova, esiste davvero. Il suo primo percorso avviene al buio, in galleria: un buio e una galleria che potrebbero essere interpretati come il ventre materno.

Poi, la funicolare sbocca all’aperto (è la nascita), e prosegue sino alla meta, tirata dal suo ‘cavo inflessibile (il tempo, il destino), senza potersi fermare. Ogni ‘stanza’ è una stagione differente della nostra esistenza. E di stagione in stagione, il passeggero (l’utente) cerca l’attimo bello (ogni stagione ha il suo) dove potersi arrestare: dove poter chiedere un alt nel suo essere trascinato dal tempo (il cavo) inarrestabile, fino all’ultima stazione, che nel poemetto è avvolta nella nebbia (mistero e lenzuolo funebre insieme). (La lettera, nel Fondo Betocchi, è del 20 agosto 1979)

Il viaggio come metafora della vita è certo uno dei temi principali della poesia caproniana che per “illustrare” in versi i propri pensieri si serve spesso di oggetti quotidiani e alla portata di noi tutti, oggetti che talvolta non si penserebbe mai di poter trovare all’interno di una poesia, ma ai quali Caproni ha sempre accordato una grande importanza:

“Il bozzetto e le scene popolari […] non mi hanno mai interessato letterariamente. I gesti e le parole della gente, sì. E tutti gli oggetti d’uso quotidiano, da me sentiti non visceralmente ma come segni, anche terribili, del nostro poco decifrabile esistere. Certificano oltre tutto la storia, che appartiene solo agli uomini. (Gli animali si sa non hanno storia.) La loro presenza è importante.” (Molti dottori nessun poeta nuova, intervista a Giorgio Caproni, cit.)

 Una poesia dove non si nota nemmeno un bicchiere o una stringa, m’ha sempre messo in sospetto. Non mi è mai piaciuta: non l’ho mai usata nemmeno come lettore. Non perché il bicchiere o la stringa siano importanti in sé, più del cocchio o di altri dorati oggetti: ma appunto perchè sono oggetti quotidiani e nostri.” (Il mestiere di poeta, a cura di F. Camon, cit.)

“È così che il linguaggio” – scrive Marcenaro – viaggia verso esiti di suadente magia: attraverso il fantastico viaggio sulla funicolare esplode quella sintassi fantastica tipica della poesia di Caproni.” (Su alcuni materiali ‘mobili’ nella poesia di Caproni, G. Marcenaro in Genova a Giorgio Caproni, cit. p.86)

L’ascensore.

Ultimo “oggetto” e mezzo di trasporto preso qui in analisi è il tuttora funzionante ascensore di Castelletto che compare in L’ascensore, una delle poesie più belle di Passaggio d’Enea:

 

   Quando andrò in paradiso

non voglio che una campana

lunga sappia di tegola

all’alba – d’acqua piovana.

 

    Quando mi sarò deciso

d’andarci, in paradiso

ci andrò con l’ascensore

di Castelletto, nelle ore

notturne, rubando un poco

di tempo al mio riposo.

 

Giorgio Caproni il viaggio
Foto di Patrizia Traverso

 

“Evidentemente” – scrive Raboni – “l‘ascensore rappresenta qualcosa di molto profondo per la sensibilità del poeta e infatti questo componimento, come altri, primo fra tutti i Versi di Stanze della funicolare, ha le caratteristiche del sogno di un viaggio ‘altrove’.

Il trenino che si arrampica tirato dalla fune fino al “belvedere” di lassù rappresenta per Caproni il mezzo di trasporto tra due dimensioni della realtà e della psiche, dal ‘basso’ delle consuetudini e degli affetti domestici e della realtà quotidiana, all’ ‘alto’ del sogno, della memoria, dell’impossibile oltranza.

In questo ‘altrove’ che può essere anche l’inconscio psichico, il poeta trova la madre, il suo vero e non realizzabile amore: è lei la sua “fidanzata”, non quella che ha lasciato laggiù coi due figli piccoli” :

 

    Con lei mi metterò a guardare

le candide luci sul mare. 

Staremo alla ringhiera

di ferro – saremo soli

e fidanzati, come

mai in tanti anni siam stati.

E quando le si farà a puntini,

al brivido della ringhiera,

la pelle lungo le braccia,

allora con la sua diaccia

spalla se n’andrà lontana: 

la voce le si farà di cera

nel buio che la assottiglia, 

dicendo “Giorgio, oh mio Giorgio

caro: tu hai una famiglia.”

Ed è così che i tre temi fondamentali, gli assi portanti della poesia di Caproni – la città, la madre, il viaggio – appaiono in questa poesia riuniti nel trinomio Genova, madre-fidanzata, ascensore di Castelletto: “è certo, comunque, che i tre temi hanno un comune denominatore, che è quello dell’esilio.

Esilio dallo spazio (la città), dal tempo passato (la madre), dalla vita (il viaggio). Esilio dal quale, e del quale, il poeta ci parla per mezzo della “rondine” delle sue ballate, delle sue rime. E che fa dell’intera sua opera poetica (se vogliamo ricorrere a una formula) un grande, struggente e severo canzoniere d’esilio o, in altro senso, un ininterrotto diario di viaggio: viaggio nel tempo e nello spazio, viaggio nel nulla (nella nebbia, nell’Ade) ricordando la madre e la terra, viaggio nel tunnel dell’assenza di Dio assaporando l’amaro trionfo della sua scomparsa, viaggio nell’antimateria – nel non-spazio, non-tempo, non-luogo – capovolgendo (e al tempo stesso celebrando con raggelata e affettuosa ironia) gli appuntamenti, i riti, le “cerimonie” dell’ovvietà quotidiana.”

(G. Raboni, Giorgio Caproni. Poesie, cit, p.795)

 

Uno speciale grazie alla fotonarratrice Patrizia Traverso per le foto tratte dal libro Genova ch’è tutto dire – Immagini per Litania di Giorgio Caproni – di Patrizia Traverso e Luigi Surdich, il Canneto Editore, 2011

 

 

 

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Info Rosella Schiesaro

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Nata a Savona, di origini toscane, Rosella Schiesaro ha svolto per più di vent'anni attività di ufficio stampa e relazioni esterne per televisioni, aziende e privati. Cura per LiguriaDay la rubrica Il diario di Tourette dove affronta argomenti di attualità e realizza interviste sotto un personalissimo punto di vista e con uno stile molto diretto e libero. Da sempre appassionata studiosa di Giorgio Caproni, si è laureata con il massimo dei voti con la tesi “Giorgio Caproni: dalla percezione sensoriale del mondo all’estrema solitudine interiore”. In occasione dei centodieci anni dalla nascita del poeta, ci accompagna In viaggio con Giorgio Caproni alla scoperta delle sue poesie più significative attraverso un percorso di lettura assolutamente inedito e coinvolgente.

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