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Storia probabile in Sabina

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Un colpo di vento, entrando dalle finestre con i vetri rotti, sollevò una nuvola di polvere dal mobile antico, mandandola a danzare su un rituale primo raggio di sole, messaggero dell’alba. Arabeschi e spirali dorate rimasero sospesi nell’aria per un numero interminabile di secondi, come appartenessero ad un evento del tutto estraneo al resto della casa, perfettamente immobile e immersa nelle ombre.

Sulle assi della veranda un rumore di passi secchi e ravvicinati era l’unico suono che rompeva il silenzio della notte al termine. Come i passi abbandonarono il legno e risuonarono sulla terra battuta del sentiero, il giorno aveva iniziato il suo corso, facendo irrompere da mille fessure lame di luce che senza scrupolo alcuno davano il colpo di grazia alla notte dilaniandola.

Più o meno a quell’ora, tutto iniziava a mettersi in moto.

Nella piccola stazione di una ferrovia locale, una figura tozza e goffa esce dal bar, passa davanti al locale del capostazione e si infila nella piccola costruzione che contiene i bagni pubblici. Suono di liquido che cade su altro liquido, rumore di cerniera lampo che risale energicamente, silenzio esitante, pochi secondi, poi rumore di qualcosa che scorre sul muro… dapprima circa sei o sette secondi… altra esitazione… altri dieci o dodici secondi… esitazione… poi il catenaccio della porta scatta, la porta si apre e qualcuno si dirige con fare circospetto verso una delle due carrozze del treno in attesa di partire per la prima corsa, direzione monti.

In una casa di pietra si è già persa l’eco della sveglia, del gorgogliare della caffettiera, dei vestiti infilati pigramente uno sull’altro per contrastare il freddo. Acqua che scroscia nel lavabo del piccolo bagno, passi che salgono la scala e sedia che si sposta, scricchiolando leggermente sotto un peso. Un uomo vestito da operaio sorseggia il caffè bollente, alternando i piccoli sorsi a distratti bocconi dati ad un cornetto. Pensieroso, o forse non ha ancora attivato le funzioni psichiche necessarie ad affrontare la giornata, o magari sta facendo un rapido riepilogo di cosa lo aspetta nei trentacinque chilometri che lo separano dalla città e dal lavoro, o nelle circa dodici ore che lo separano dal ritorno a casa. Risciacqua la tazza nel lavello della cucina, raccoglie il sacchetto della spazzatura e si avvia, chiudendo dietro di se la porta di casa. L’aria fredda lo costringe ad alzare il bavero e stringersi nelle spalle. Il rumore dei suoi passi sfuma giù dalla discesa, seguito poco dopo dal canto di una moto che si avvia e si allontana veloce.

Nella discesa verso il mare incrocia distrattamente un’auto di tipo SUV, con i vetri oscurati, che senza meta apparente risale la valle. A bordo forse una, o due, forse tre persone osservano da dietro i vetri il paesaggio, soprattutto verso l’alto, come cercando qualcosa che al momento non è visibile. Pochi i dialoghi, poche le parole. Fra queste

Hanno detto che si è sentito anche la notte scorsa. Il momento pare quello giusto”.

Un’ora prima, forse meno, il SUV si era fermato brevemente al bar della piccola stazione.

Il conducente, che eventuali testimoni, se ci fosse stato bisogno di loro, avrebbero descritto come una persona imponente, difficilmente descrivibile, aveva consumato un veloce caffè, scambiando veloci battute con un individuo dall’aspetto goffo e tozzo che subito era uscito in direzione del treno.

Al mattino la cima del monte, il cocuzzolo calvo sopra la corona di bosco, era stato spazzato da un vento freddo, nordico, ma non violento. Poche tracce di animali. Giusto due o tre lupi che risalivano veloci e sospettosi verso quote più alte, qualche poiana in cerca di un rettile ritardatario. I soliti daini a passeggio, che d’un tratto, appena sentono un rumore di piccoli zoccoli in avvicinamento, prendono a scappare verso il fiume. Gli zoccoli in realtà li hanno più che altro intuiti, per il fatto che appena se ne sentiva qualcuno sulle pietre alternato a tonfi sordi sulla terra e fruscio di foglie calpestate. Fatto sta che in breve era rimasto solo il rumore del vento. Anzi, a voler essere esatti, nemmeno quello, dato che verso l’una, il vento nordico si era improvvisamente zittito, lasciando la piazza ad una insolita brezza, calda, odorante di muschio e altre sostanze, mai avvertita prima.

Quando questo era successo, il SUV stava ridiscendendo la valle a velocità ben più decisa di quando era salito. Se qualcuno avesse potuto osservare al di là dei vetri oscurati, avrebbe potuto cogliere un risolino soddisfatto sulle labbra della indescrivibile figura imponente. Non è certo come sia successo, ma quando arrivò al bivio che porta fuori della valle, se ne persero le tracce, e pare addirittura che per tutto il corso della storia nessuno l’abbia più visto in circolazione da nessuna parte. Il che è piuttosto insolito per un SUV di quelle dimensioni.

Qualcuno invece potrebbe aver notato la tozza e goffa figura aggirarsi per i boschi nelle vicinanze della cima del monte. Non cercava nulla, almeno in apparenza, ma neppure andava da un posto all’altro.

Dava come l’impressione di andare di qua e di là come per sincerarsi di chissà cosa, e di tanto in tanto borbottava fra sé con fare eccitato. Qualcuno ha detto che di tanto in tanto estraeva un foglio di carta da una tasca dei pantaloni, lo osservava recitando qualcosa con fare ancor più eccitato, poi lo richiudeva di colpo, guardandosi intorno con fare sospettoso, per infine riporlo nella stessa tasca e proseguire il suo girovagare. Ma non è sicuro che questo sia avvenuto veramente nel bosco, o non piuttosto alla stazione o sul treno. Probabile anche altrove.

Strappato al bosco, come un’unghiata di traverso, un paese aspettava in silenzio. Inutile chiedersi cosa. Difficile capire se i paesi abbandonati aspettino qualcosa; e, se del caso, che cosa. Nel nostro, di caso, abbiamo solo una lunga fila di case distribuite ai due lati di un sentiero, perfettamente vuote se non fosse per i pochi resti di mobilio e vita quotidiana disdegnati dai trafugatori di anticaglie. Ad una finestra un cartello scritto a mano: “Non rompete la porta o le finestre, qui è già stato portato via tutto”.

In un’altra di queste case, poco più avanti, i muri di una stanza portano addosso scritte fatte col carboncino. Strani disegni che parlano di dimensioni, universi, energie, manifestazioni. Pare quasi la lavagna di un’aula di scuola, su cui un maestro ben poco convenzionale ha cercato di spiegare teorie altrettanto poco convenzionali e poco comprensibili. Il sole delle tre di un pomeriggio di medio autunno stampa per qualche istante sulla parete l’ombra di una figura goffa e tozza che velocemente scompare. Il rumore di zoccoli è stato sentito in quel momento mentre attraversava il fiume, diretto alla collina di fronte.

L’operaio della casa di pietra stava terminando la seconda parte del turno spezzato quando nella mente di una ventina di persone venne il pensiero della valle, del paese abbandonato, della casa con i muri come lavagne.

Qualcuno sensibile avrebbe potuto avvertire in quel momento, in alcuni punti della città, un picco di agitazione che come un regista dirigeva i movimenti di alcuni soggetti, perfettamente invisibili nella massa di altri soggetti perfettamente nevrastenici immersi nel traffico di fine lavoro. Il suono dei clacson, la puzza dell’ossido di carbonio, gli insulti degli autisti, i pensieri densi di aspettativa di chi sapeva cosa fare quella sera, o quella notte, anche meglio. A contrastare tutto questo, l’operaio della casa di pietra che passava davanti uno o due bar, sbirciava dentro, poi con aria annoiata proseguiva verso la moto ferma ad aspettarlo, tappa intermedia giusto un paio di negozi e un supermercato. Fra gli uni e l’altro, un piccolo, forse insignificante incidente. Nell’incrociare un uomo dall’aspetto imponente e difficilmente descrivibile, questi scontrò in modo violento la sua spalla, facendolo girare stizzito per vedere che cosa girava per la testa a quel rompiballe. Ma la figura si era velocemente persa, confusa nella folla mista di chi seguiva il suo corso e di chi assecondava quello dell’operaio della casa di pietra.

Non è sicuro, forse probabile o magari anche improbabile, ma a qualcuno potrebbe essere sembrato di vedere una figura tozza e goffa, confusa a metà strada fra le folle dei due sensi, guardare torvo l’operaio della casa di pietra, poi sparire in un vicolo secondario. Altri, forse più suggestionabili, potrebbero aver raccontato che in quel momento un silenzio innaturale era caduto sulla via, rotto solo da un rumore di zoccoli caprini sul lastricato dei vicoli. Ma non solo. Come una sensazione di rallentamento nel fluire del tempo, movimenti come alla moviola, un momento tutto si muove in avanti/indietro, dopo pochi secondi tutto si muove indietro/avanti per tornare subito avanti/indietro; fermo immagine quasi impossibile, o forse probabile, poi tutto riparte alla velocità normale per sparire velocemente dallo schermo della giornata.

A quel punto l’operaio della casa di pietra era sulla sua moto diretto a casa senza nulla che potesse fermarlo. Forse un guasto, o un posto di blocco. Al massimo una frana sulla strada. Ma è facile pensare che nulla di tutto questo successe.

Nel frattempo, una quindicina di automobili si dirigevano verso le rispettive abitazioni, sapendo che quella notte avrebbero assaggiato l’asfalto e lo sterrato della valle.

Proprio questo pensavo mentre la moto dell’operaio superava la piccola stazione e procedeva lungo la strada che costeggia la piccola ferrovia locale. Ripensando alla scena, mi pare di ricordare un fatto molto strano, cioè che nel momento in cui mi passava davanti, la moto portava su di sé una figura goffa e tozza, con abiti ben diversi da quelli di un operaio. Il problema consiste nel fatto che io in quel momento non ero lì, e che la moto, cosa insolita, quel giorno aveva seguito un percorso diverso per tornare a casa. Vero è che se questi due eventi non si fossero verificati, e proprio quel giorno, la prima impressione avrebbe potuto essere corretta. Il che fa di me forse una persona poco lineare o non sincera? Sfido chiunque a dimostrarlo, o a provare il contrario. Tanto ormai l’inevitabile a quest’ora è già ben avviato e nessuno, o quasi, può cambiare il corso degli eventi. Il sangue mi dice che solo io potrei, ma non sempre il sangue dice il vero.

Verso l’imbrunire sul paese era corsa una folata di vento gelido, praticamente invernale, subito seguita da un alitare che data la stagione si sarebbe potuto definire rovente. L’abituale silenzio era stato sostituito da un silenzio totale innaturale, come se ogni cosa, ogni stelo, ogni molecola di pulviscolo, si fossero fermati in attesa di ciò che stava per avvenire. Nel folto del bosco, nella parte che già si andava a immergere nell’oscurità, due occhi gialli divergenti osservavano i muri esterni della casa dei muri lavagna. Solo due intermittenti nuvole di vapore acqueo caldo si muovevano davanti a loro. Persino i lupi avevano deciso di girare alla larga in vista di quella notte di plenilunio. Ed infatti il bestiame della zona, quella notte, era rimasto stupidamente tranquillo, senza avvertire assolutamente nulla. I lampioni si accendevano, dove c’erano. Le luci dei negozi gradualmente si spegnevano. I rumori dei mille lavori presenti in una valle andavano scemando, mentre qua e là si alzava la voce del televisore. Dentro queste case occhi muti seguivano l’ipnosi del segnale analogico/digitale, mentre fra una casa e l’altra zoccoli caprini scandivano lo spostamento di due occhi gialli divergenti. In direzione del paese.

E quando lo raggiunse, fu accolta da quanto eventuali presenti avrebbero potuto descrivere come segue.

Un bagliore di fiamme illuminava le pareti lavagna, oscurato ad intermittenza dalle movenze scatenate e ritmiche di ombre umane che seguivano la musica percussiva ed ossessiva, cantando strane litanie che non sono originarie di questa valle. Più la musica saliva di intensità, più i movimenti delle ombre si facevano convulsi. Ad un certo punto addirittura alcune di queste iniziarono ad inscenare, forse praticare, accoppiamenti sessuali, prima poche, poi quasi tutte. L’ombra di una figura tozza e goffa sembrava essere uno dei centri di attrazione della danza erotica, il capo reclinato all’indietro, le movenze frenetiche e scoordinate, l’ansimare che riproduceva due nuvole di vapore caldo davanti alle narici. Nel momento in cui due occhi gialli divergenti, sormontati da due corna ritorte, si affacciarono alla finestra della stanza che d’altra parte stava al pian terreno della casa, tutti i copulanti, o presunti tali, si girarono in quella direzione, e le litanie si trasformarono in un unico e concorde “Oooh”. Questo è quanto avrebbe potuto forse raccontare qualcuno che ci fosse stato.

In mezzo a tutti questi forse, può darsi, hanno visto o potrebbero raccontare, rimangono comunque alcuni fatti certi.

Nei bagni della piccola stazione, con questi occhi, ho visto due scritte sgrammaticate tracciate con un pennarello sul muro:

W la mia seta” e “Io amo la mia seta

Sui muri di una casa in un paese abbandonato dell’entroterra ho visto con i miei occhi scritte che si rifacevano ad una geometria non certo euclidea o comunque ortodossa.

Una notte, mentre non riuscivo a dormire e, nella casa di pietra stavo con le finestre aperte, seduto al tavolo della cucina a scrivere questa storia, udii provenire da dietro la collina un suono come di canti, inframezzato qua e là da grida eccitate. Potrei anche sbagliarmi, ma anche un corale “Oooh” si alzò quella notte.

Infine, nel momento in cui una versione locale di Into the wild, decise di andare a vivere in quel paese, nessuno degli eventi qui raccontati si ripeté mai più. Posto che si siano mai verificati prima.

Per concludere, ad onor del vero, posso solo raccontare questo epilogo.

Un colpo di vento, entrando dalle finestre con i vetri rotti, sollevò una nuvola di polvere dal mobile antico, mandandola a danzare su un rituale primo raggio di sole, messaggero dell’alba. Arabeschi e spirali dorate rimasero sospesi nell’aria per un numero interminabile di secondi, come appartenessero ad un evento del tutto estraneo al resto della casa, perfettamente immobile ed immersa nelle ombre.

Sulle assi della veranda un rumore di passi secchi e ravvicinati era l’unico suono che rompeva il silenzio della notte al termine. Come i passi abbandonarono il legno e risuonarono sulla terra battuta della strada, il giorno aveva iniziato il suo corso, facendo irrompere da mille fessure lame di luce che senza scrupolo alcuno davano il colpo di grazia alla notte dilaniandola.

Poco dopo, uscito dalla mia casa di pietra per recarmi al lavoro, ebbi salva la vita solo grazie ai miei riflessi.

Dietro una curva stretta, immersa nella vegetazione, vidi solo all’ultimo comparire davanti a me due occhi gialli divergenti, sormontati da due corna ritorte. La capra di Mareta, che vagava allo sbando da quando era morto il suo proprietario e più nessuno si era occupato di darle un ricovero o un motivo per rimanere dov’era rimasta fino ad allora.

Mi guardò con aria indifferente, poi sentii solo il rumore dei suoi zoccoli che si allontanavano fuori della strada in direzione del fiume. Mossi il polso destro. La moto non si era spenta, nella frenata brusca. Stavo per iniziare un’altra giornata di lavoro.

Non fidatevi troppo, soprattutto non sempre, di chi racconta o scrive.

La foto di copertina è di proprietà di Stefano Alias.

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Info Stefano Alias

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Stefano Alias, origine sarda, vive da molto tempo a Genova. Operaio nella vita si è occupato di musica nel circuito indipendente come suonatore, fonico e organizzatore di concerti.

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