Caproni madre Livorno
Giorgio Caproni

5 Giorgio Caproni: Livorno, Il seme del piangere e la morte dell’amata madre Annina

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Tempo di lettura: 3 minuti

 

   Anima mia, leggera

va’ a  Livorno, ti prego.

E con la tua candela

timida, di nottetempo

fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,

perlustra e scruta, e scrivi

se per caso Anna Picchi

è ancor viva tra i vivi.

 

Incontro – scontro con ambienti e persone.

Il “Seme del piangere”: Livorno e la madre Annina.

Livorno è la città natale di Caproni che qui visse sino all’età di dieci anni. Fu un periodo estremamente duro e difficile, anche economicamente, a causa della partenza del padre per la guerra.

Livorno è quindi il teatro dell’infanzia del poeta, un’infanzia certo poco felice e serena, continuamente lacerata dalla oscura presenza della guerra:

  Vediamola la nostra biografia. Infanzia: devastata dalla guerra. Adolescenza: marcia su Roma e istantanea chiusura degli orizzonti che l’età stessa schiudeva.

Adolescenza e prima giovinezza fino ai venti anni: la parola guerra, anzi la parola d’ordine guerra e quindi… la paura e l’angoscia della guerra, vale a dire l’impossibilità di vedere un qualsiasi futuro della nostra persona.

E dai venti anni ai trenta: il premilitare… e il militare con l’animo mobilitato fino alla mobilitazione vera, fino alla guerra vera d’Africa, di Spagna, del mondo. Noi quasi quarantenni, “Mondo operaio”, a.II, n.13, 26/21949

Livorno è, però, anche la città dove la madre Anna Picchi ha trascorso la sua giovinezza.

E’ il palcoscenico sul quale Caproni fa rivivere la madre ragazza nei Versi livornesi de Il seme del piangere, uscito nel 1959 da Garzanti.

Il processo complessivo della poesia caproniana ha in questa raccolta una tappa fondamentale:

“C’è stato un movimento, se si può dire, a fuso, “fusolare”: ero partito da una scarnificazione ancora di carattere impressionistico, macchiaiolo, che pian piano si è amplificata o gonfiata nel poemetto, nell’endecasillabo, nel sonetto;

finché poi, forse anche per il trauma della guerra, mi è venuta la saturazione di queste forme, troppo ampie, e allora ecco il bisogno di tornare alla massima semplicità possibile.

Il rumore della parola, a un certo punto, ha cominciato a darmi terribilmente fastidio, tanto che adesso vorrei aver scritto poesie di tre, quattro parole al massimo.”

(Giorgio Caproni a colloquio con Cavalleri, “Cultura e libri”, III, 16-17 settembre-dicembre 1986)

Ecco che cosa ci racconta Caproni di sua madre:

 “Il personaggio di Anna Picchi, mia madre, appare per la prima volta nell’Ascensore, che scrissi a Genova, in via Bernardo Strozzi, tornato da Roma per fare una visita a mia madre ammalata, e dopo aver sentito la condanna irrevocabile del medico.

 

Caproni madre Livorno

 

Ripensai allora a mia madre giovane, a mia madre ancora ragazza, e a tutto il dolore e il male che la maternità le aveva recato. E con la maternità le “guerre”, a cominciare da quella del 1912, la miseria, i lutti.

Nel Seme del piangere Anna Picchi si precisa e assume il volto che è stata capace di darle la leggenda ch’io m’ero formato di lei, udendo i discorsi in casa e guardando le fotografie. Tentar di far rivivere mia madre come ragazza, mi parve un modo, certo ingenuo, di risarcimento contro le molte sofferenze e contro la morte.”  Il mestiere di poeta, cit., pag.103

Livorno rivive nei versi che ritraggono Annina giovane, una presenza viva che risveglia odori, colori e suoni: “[…] Livorno le si apriva / tutta, vezzeggiativa: / Livorno, tutta invenzione / nel sussurrare il suo nome. […]”, “[…] Livorno popolare […]”,  Nè ombra nè sospetto; “Livorno, quando lei passava, / d’aria e di barche odorava. […]”, Quando passava.

Annina […] fu donna d’ingegno fino e di fantasia, sarta e ricamatrice abilissima, suonatrice di chitarra ecc. Amava molto frequentare i “circoli” e ballare. Continuò a far la sarta e la ricamatrice anche nella mia prima infanzia, in Corso Amedeo, presso il Parterre, e forse fu ascoltando i suoi discorsi che s’affinò in me il gusto e la passione dell’arte: […].

Ancora altri versi all’insegna del binomio Annina – Livorno: “Non c’era in tutta Livorno / un’altra di lei più brava / in bianco, o in orlo a giorno. […]”, La gente se l’additava; “[…] Livorno tutta intorno / com’era ventilata! […]”, La ricamatrice.

Caproni riesce, come sempre, a rendere vivi, attraverso la sua poesia, luoghi e momenti lontani nel tempo, come “La stanza dove lavorava / tutta di porto odorava. / Che bianche e vive folate / v’entravano, di vele alzate! […]”, La stanza; “Per una bicicletta azzurra, / Livorno come sussurra! […]”, “[…] Ma quando mai s’era vista, / in giro, una ciclista?”, Scandalo; “Il giorno del fidanzamento / empiva Livorno il vento. […]”, Urlo.

In Per lei, delicato e sentito “ritratto” di Annina, Caproni precisa sin dall’inizio la necessità, per parlare in versi della madre. Di “rime chiare”, pulite e schiette come lo era Annina, ma precise ed eleganti quali erano i suoi raffinatissimi ricami.

“Il legame edipico del poeta con la propria madre si sublima in perfetta stilizzazione ‘artigianale, adeguandosi in certo senso alla qualità del lavoro così esatto ed elegante, semplice e puro di Annina(Poesia italiana del novecento a cura di Elio Gioanola, cit.)

 

  

 

   Per lei voglio rime chiare,

usuali: in -are.

Rime magari vietate,

ma aperte: ventilate.

Rime coi suoni fini

(di mare) dei suoi orecchini.

O che abbiano, coralline,

le tinte delle sue collanine.

 

Rime che a distanza

(Annina era così schietta)

conservino l’eleganza

povera, ma altrettanto netta.

Rime che non siano labili,

anche se orecchiabili.

Rime non crepuscolari,

ma verdi, elementari.

 

I versi giungono sino alla morte di Annina, avvenuta nel 1950 a Palermo (Epilogo).

Fondamentale appare, di nuovo, l’uso della rima che permette “di parlare con leggerezza di argomenti gravi, radicati sul dolore e sul pianto”. “L’elementarità della rima produce una poesia verginale, di forte proprietà proprio nel momento – la morte della madre – di maggiore intimo pianto; e il bisogno di chiarezza, che la rima alimenta, se non abbandona la sua antica ariosità, acquista tuttavia in urgenza di essenzialità esistenziale”. (Giorgio Caproni a colloquio con Cavalleri, “Cultura e libri”, III, 16-17 settembre-dicembre 1986)

 

 Annina è nella tomba.

Annina, ormai, è un’ombra.

E chi potrà più appoggiare

l’orecchio al suo petto, e ascoltare

come una volta il cuore,

timido, tumultare?

 

“[…] Portavano via Annina / (nel sole) quella mattina. […]”, “[…] Annina con me a Palermo / di notte era morte, e d’inverno.[…]”, Il carro di vetro; il dolore della perdita (“[…] La mamma-più-bella-del-mondo / non c’era più – era via. / Via la ragazza fina, / d’ingegno e di fantasia. […]”, Il seme del piangere. Ed infine l’Ultima preghiera: “Anima mia, fa’ in fretta. / Ti presto la bicicletta, / ma corri. […]” 

 

   […]Anche se io, così vecchio,

non potrò darti mano,

tu mòrmorale all’orecchio

(più lieve del mio sospiro,

messole un braccio in giro

alla vita) in un soffio

ciò ch’io e il mio rimorso,

pur parlassimo piano, 

non le potremmo mai dire

senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:

suo figlio, il suo fidanzato.

D’altro non ti richiedo.

Poi, va’ pure in congedo.

 

Livorno, la città sulla quale è proiettato Il seme del piangere, è dunque la città di Giorgio bambino. E’ soprattutto la sua infanzia, è Annina, è la madre, rimane perciò una città vissuta più dagli adulti che da Giorgio in prima persona, una città fin troppo grande per un bimbo.

Ma anche dopo, Caproni la descriverà così:

“ Oggi la “mia” Livorno di allora mi appare – con la sua immensa piazza Carlo Alberto o Voltone, e i suoi larghi e rettilinei Fossi o canali, solcati da lunghi e silenziosi becolini neri – una città malata di spazio: troppo grande, cioè, per lo sperduto bambino che ero, e poi il non folto numero degli abitanti, pur se vivacissimi, questi, e pronti al tumulto e alle sparatorie: 

una Livorno ciana e scamiciata, specie dalle parti del porto, coi Quattro Mori incatenati che mi colmavano d’angoscia, o da quelle del Gigante dove il maestro Melosi, sadicamente, si divertiva a farmi piangere sul De Amicis: ma anche una Livorno gentile nel suo Liberty, del quale resta un delicato esempio, purtroppo in abbandono: l’Acqua della Salute presso la ferrovia.

Di Corso Amedeo dove nacqui, accanto al Cisternone e al piccolo zoo del parterre, ricordo soltanto gli animali chiusi in gabbia, forse perché il mistero degli animali mi ha sempre affascinato; mentre ho ben vivo in mente le mattonelle bianche e nere in via De Lardarel, e la formosa “donna” di cartone nero, senza testa né braccia né gambe, che a mia madre Anna Picchi, “finissima” sarta contornata di belle e profumate signore, serviva per le prove.

Erano i tempi in cui mio padre Attilio, ragioniere, la domenica mi portava con mio fratello Piero agli Archi, in aperta campagna, o – se d’estate – al Trotta o ai famosi Pancaldi, quando addirittura, un po’ in treno un po’ in carrozza, non ci spingevamo fino alla tenuta di Cecco, allevatore e domatore di cavalli, bravissimo in groppa ai più focosi.

Finché, dopo il richiamo alle armi di mio padre, non capitombolammo in via Palestro, in coabitazione con la bellissima e contegnosissima Italia Bagni nata Caproni e suo marito Pilade, massone e bestemmiatore di professione, nonché barbiere dirimpetto allo Sbolci, arcifamoso fra gli scaricatori per i suoi fulminanti ponci al rhum.

 

Caproni madre Livorno

 

Anni duri in cui non ancora decenne vidi ammazzare la gente per la strada, e che nel ‘22, nata mia sorella Marcella, si conclusero con un definitivo trasloco a Genova, mia vera città. (Giorgio Caproni a colloquio con Cavalleri, “Cultura e libri”, III, 16-17 settembre-dicembre 1986)

 

Uno speciale grazie alla fotonarratrice Patrizia Traverso per le foto tratte dal libro Genova ch’è tutto dire – Immagini per Litania di Giorgio Caproni – di Patrizia Traverso e Luigi Surdich, il Canneto Editore, 2011

 

 

©Riproduzione Vietata

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Info Rosella Schiesaro

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Nata a Savona, di origini toscane, Rosella Schiesaro ha svolto per più di vent'anni attività di ufficio stampa e relazioni esterne per televisioni, aziende e privati. Cura per LiguriaDay la rubrica Il diario di Tourette dove affronta argomenti di attualità e realizza interviste sotto un personalissimo punto di vista e con uno stile molto diretto e libero. Da sempre appassionata studiosa di Giorgio Caproni, si è laureata con il massimo dei voti con la tesi “Giorgio Caproni: dalla percezione sensoriale del mondo all’estrema solitudine interiore”. In occasione dei centodieci anni dalla nascita del poeta, ci accompagna In viaggio con Giorgio Caproni alla scoperta delle sue poesie più significative attraverso un percorso di lettura assolutamente inedito e coinvolgente.

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