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Varese Ligure

Città e Terre Alte: una relazione preziosa

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Quando posso mi rifugio in Appennino, a Varese Ligure, in Alta Val di Vara. Conosco bene quest’area interna. Ma anche altre, per la vicinanza dell’Alta Val di Vara con le “Terre Alte” al confine tra Liguria, Emilia e Toscana: lo Zerasco, la Val di Taro, la Val Graveglia, la Val d’Aveto, la Val Petronio.

Ci sono nuovi segnali: non solo più turisti, ma anche giovani che tornano, e cittadini che scelgono le “Terre Alte” per viverci.

Certamente sono segnali ancora insufficienti. Occorre che non si perdano più terre fertili, che non vadano più in rovina patrimoni abitativi, che non si deteriorino più i nostri boschi e la nostra biodiversità, anche animale.

Che tornino le economie agricole e forestali di un tempo, ma anche le scuole e i servizi sanitari. Insieme a un nuovo turismo e a una nuova cultura.

Perché nelle “Terre Alte” c’è un rapporto diretto con la natura, e con i suoi prodotti alimentari. Perché le “Terre Alte” custodiscono un patrimonio artistico e architettonico qualitativamente altissimo. Perché c’è più senso della comunità.

Tutto ciò non è “contro le città”, anzi.

Non dobbiamo contrapporre l’entroterra e le città, ma semmai puntare a una relazione di osmosi.

Le nostre città non possono vivere senza le aree interne, e viceversa.

La ricchezza dell’Italia, e della Liguria, sta nella diversità e varietà, nel policentrismo territoriale, antropologico, sociale e culturale.

In questa Italia e in questa Liguria policentriche la marginalizzazione dei territori interni non è inevitabile.

Nel “piccolo luogo” si possono ripensare nuovi modelli di abitare e di lavorare, stabilire connessioni più dense con la natura, inventare una nuova socialità e pratica di vita. Non contro le città, ma per cambiare anche le città.

Bisogna liberare il potenziale delle “Terre Alte” e di tutti i territori oggi in via di abbandono.

Sono tanti i luoghi da riabitare, invertendo la tendenza che ha messo i grandi agglomerati al centro e marginalizzato tutto il resto.

Una tendenza frutto della cultura neoliberista, che ignora i saperi che “non valgono” sul mercato e che spinge a concentrarsi nelle città. Occorre riabitare i territori marginalizzati, per riabitare l’Italia e la Liguria intere. Cambiare sia le aree interne che le città.

Il ripopolamento delle “Terre Alte” servirebbe a decongestionare e a migliorare le città.

Fino ad ora città e campagna-montagna hanno rappresentato due modelli alternativi. Oggi invece il loro rapporto dovrebbe essere, come accennato, di osmosi.

Bisogna fare due rivoluzioni parallele, unite dal bisogno di uno stile di vita più ecosostenibile e basato sulla prossimità: la rivoluzione che ripopoli le terre desolate e la rivoluzione delle “città del quarto d’ora”.

Per fare un esempio: il borgo di Varese Ligure dovrebbe tornare ad essere la piccola città che era un tempo. E La Spezia dovrebbe tornare ad essere una città di borghi urbani contemporanei, di quartieri in cui decentrare i servizi e il verde. Entrambe dovrebbero tornare ad essere una comunità di vita.

Qualcosa si muove, dicevo all’inizio. La politica dovrebbe assecondare questo movimento.

Questo dovrebbe essere il suo compito: saper interpretare “segnali di futuro” che individui, territori e gruppi sociali stanno praticando, cercando di supportarli.

GP

articolo scritto dalla redazione de La voce del Circolo Pertini 

N.d.R: L’opinione degli autori non coincide necessariamente con quella della Redazione. 

Immagine di Copertina: I Borghi più belli d’Italia

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