Foto: John MacDougall (Afp)

Guerra Israele-Hamas, in corso la tregua. Previsto scambio di 13 ostaggi alle 15

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Nella tormentata Striscia di Gaza, un fragile ma significativo cessate il fuoco di quattro giorni tra Hamas e Israele ha aperto un raro spiraglio di speranza. Nel cuore di questo accordo, un evento cruciale si delinea: la liberazione di 13 ostaggi israeliani, tra cui prevalentemente donne e bambini. In un gesto di reciproca concessione, anche una trentina di donne e minori palestinesi, fino ad ora detenuti in Israele, stanno per ritrovare la libertà, segnando un momento di umanità in mezzo a un conflitto che troppo spesso ne è privo.

In un’operazione che richiama l’efficienza militare israeliana, gli ostaggi, una volta liberati al valico di Rafah, saranno trasferiti alla base militare di Hatzerim, nel sud del paese. Il viaggio, presumibilmente per via aerea, sarà accompagnato da un’equipe medica, pronta ad offrire assistenza immediata. Questo trasporto non è solo un ritorno alla sicurezza ma anche un simbolico viaggio verso la normalità, dopo un periodo di inimmaginabile tensione e paura.

Parallelamente, un altro gruppo di individui si prepara a un viaggio di ritorno: 24 detenuti palestinesi, precedentemente rinchiusi nelle prigioni di Damoon e Megiddo, sono stati trasferiti verso la prigione di Ofer, in Cisgiordania. La loro liberazione, prevista due ore dopo quella degli ostaggi israeliani, rappresenta un altro tassello di questo complesso scambio umanitario.

Mentre queste dinamiche di liberazione e scambio di prigionieri sono in corso, il mondo osserva con speranza e cautela. Ogni passo verso la pace è prezioso, ma la strada per una soluzione duratura rimane lunga e irto di sfide.

Mentre queste operazioni si svolgono, la tensione resta palpabile. I media locali riportano che i 13 ostaggi dovrebbero arrivare in Israele alle 18 ora locale. Questo momento sarà seguito con trepidazione, simbolo di un fragile equilibrio che potrebbe facilmente inclinarsi verso la violenza o verso la pace. Per le donne anziane e i bambini, già fragili, il ritorno sarà in ospedali diversi, dove riceveranno cure e, infine, il calore delle loro famiglie.

Nel frattempo, le preoccupazioni internazionali rimangono alte. Aroldo Lazaro, capo della missione delle Nazioni Unite nel Libano meridionale (UNIFIL), ha espresso forte preoccupazione per un’escalation di violenza tra Israele e Hezbollah, che potrebbe avere conseguenze devastanti. Un appello che risuona come un monito a non dimenticare quanto sia delicato il tessuto della pace in questa regione.

Infine, un episodio minore ma significativo ha avuto luogo: almeno sette palestinesi, nel tentativo di spostarsi verso il Nord della Striscia durante la tregua, sono stati feriti dai soldati israeliani. Un triste promemoria della tensione e della paura che ancora avvolgono la regione, nonostante i segnali di speranza.

La pausa “permetterà l’ingresso di un numero maggiore di convogli umanitari e di aiuti, compreso il carburante”. L’accordo è stato raggiunto proprio grazie alla mediazione del Qatar, dell’Egitto e degli Stati Uniti. 

Accolgo con favore l’accordo volto a garantire il rilascio degli ostaggi presi dal gruppo terroristico Hamas durante il suo brutale attacco contro Israele il 7 ottobre”

Ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che ha ringraziato il sovrano del qatar Tamim bin Hamad al-Thani e il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi per la collaborazione.

Anche la Russia plaude all’accordo, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

Terroristi di Hamas nella striscia di gaza
Terroristi di Hamas

Hamas ieri aveva dichiarato di voler rilasciare dieci ostaggi per ogni giorno di tregua, a scopo deterrente perché Israele non riprenda gli attacchi prima del previsto

Anche il ruolo dell’esercito israeliano nella liberazione degli ostaggi è motivo di scontro. I cittadini israeliani saranno affidati alle cure della Croce Rossa, che dovrebbe condurli verso sud al valico di Rafah e da qui in Egitto, dove poi un volo li riporterà in patria. Sei ospedali in Israele sono già pronti per accoglierli e prestare loro cure fisiche e psichiatriche, dopo un primo incontro per i piccoli con i genitori, se a loro volta non sono tuttora dispersi. Il coinvolgimento dell’esercito di Tel Aviv sarebbe necessario per garantire che gli ostaggi si sentano al sicuro e si fidino del personale della Croce Rossa. «Sono un soldato israeliano e sono qui per portarti a casa» queste sono le prime parole che sentiranno al momento della liberazione.

Il coinvolgimento dell’esercito tuttavia non rientra nei termini negoziati con Hamas, che anche per questo non ha ancora consegnato la lista degli ostaggi che intende liberare in cambio di questa breve tregua.

Solo ieri una mattinata che doveva essere impiegata per evacuare feriti e malati dagli ospedali di Gaza City si è trasformata in un nuovo giorno di combattimenti

In risposta Hezbollah, che ieri aveva annunciato di associarsi al cessate il fuoco pur non avendo partecipato alla negoziazione, ha lanciato una cinquantina di razzi sulla zona della Galilea settentrionale, la più massiccia iniziativa da parte del gruppo estremista che opera oltre il confine libanese dall’inizio della guerra. L’azione sarebbe una rappresaglia anche per la morte del figlio di un membro di Hezbollah che siede al parlamento di Beirut, avvenuta nella giornata di ieri. Si riportano scontri anche lungo il confine tra Israele e il Libano.

Altre 190 persone sono state evacuate dall’ospedale al Shifa, ma nella mattinata l’esercito israeliano ha arrestato il direttore della struttura, il dottor Mohammad Abu Salmiya insieme a molti altri medici esperti, secondo quanto riportato da Khalid Abu Samra, uno dei capi dipartimento dell’ospedale. Israele dai primi scontri armati intorno all’ospedale ha accusato il centro sanitario di offrire rifugio e risorse ai guerriglieri. A seguito dell’arresto, il ministro della salute di Hamas ha annunciato il blocco delle operazioni di sfollamento dei feriti da Gaza, un’iniziativa che avrebbe dovuto avvenire oggi sotto il controllo dell’ONU. Centinaia di feriti e malati rimangono così bloccati sotto le bombe.

Sarebbe invece stata completata l’evacuazione dell’ospedale indonesiano di Gaza, sotto ordine di Israele: l’associazione Medical Emergency Rescue Committee (MER-C), che lo gestisce, ha comunicato il trasferimento dei suoi volontari in una scuola vicino all’ospedale europeo di Rafah, dove sono stati invece accolti i feriti e i medici. Le autorità di Gaza tuttavia segnalano che presso l’ospedale rimangono almeno 65 cadaveri che non possono essere seppelliti in questo momento.

La propaganda di Hamas sostiene di aver “costretto” Netanyahu ad accettare l’accordo

Walid Kilani, portavoce del movimento islamico palestinese in Libano, ha dichiarato questa mattina che «malgrado l’opposizione di alcune persone all’accordo, diversi fattori hanno costretto Netanyahu ad accettarlo. Hamas rimane comunque prudente circa l’effettiva entrata in vigore dell’accordo, vista la scarsa fiducia che abbiamo nel nemico».

Dal canto suo, il Primo Ministro israeliano ha sottolineato nella serata di ieri che arrivare a un compromesso accettabile ha richiesto molto lavoro, ma che «liberare donne e bambini è un imperativo morale».

Dichiarazioni come questa e la ripresa degli attacchi da parte di Hezbollah potrebbero tuttavia mettere a rischio il precario accordo al momento ancorai in piedi. Hamas inoltre ha ricordato che come condizione irrinunciabile ha posto il rientro degli sfollati che nelle ultime settimane sono fuggiti da Gaza City e dalla parte settentrionale della Striscia, lungo la principale autostrada del territorio, la Salah a-Din. Al momento però non ci sono garanzie sul movimento di grandi gruppi di civili verso nord: sono molti i cittadini che vogliono tornare a controllare le condizioni della propria casa e, nel caso in cui sia rimasta coinvolta dai bombardamenti, recuperare quanto possibile dei propri averi.

Molti palestinesi premono per rientrare nella capitale e nelle aree circostanti, dichiarando di preferire vivere piuttosto in una tenda ma nel proprio quartiere, che in un’altra zona della Striscia. La paura più comune è di non poter tornare se si attenderà il termine del conflitto, come è già accaduto nel 1948.

Il Qatar si dice fiducioso che a breve si potrà annunciare l’orario di inizio del cessate il fuoco. Tuttavia gli scontri armati in tutta la Striscia e nel territorio libanese rendono la situazione molto complessa e se i lanci di missili verso il territorio israeliano non cesseranno, la tregua potrebbe non partire del tutto. Molto dipenderà dalle iniziative delle molteplici fazioni e milizie attive sul territorio palestinese, che di rado lavorano di concerto e che soprattutto non riconoscono in Hamas una leadership. Una situazione estremamente precaria.

A ciò si aggiunge la raffica di arresti avvenuti dalla scorsa notte: in Cisgiordania nelle ultime ore sono stati arrestati almeno 90 cittadini palestinesi, secondo la Palestinian Prisoner’s Society, di cui almeno 36 nel villaggio di Azzun, a est di Qalqilya e del campo profughi di Arroub.

Dal 7 ottobre almeno 3.130 palestinesi sono stati arrestati nelle zone occupate della Cisgiordania. Numeri che si aggiungono a quelli comunicati dal Ministero della Sanità di Hamas – che però non fa distinzione tra civili e milizian: dall’inizio del conflitto a Gaza sarebbero morte 14.532 persone, ferite 35.000 feriti e si conterebbero almeno 7.000 dispersi.

Intanto sul fronte diplomatico qualcosa si muove

Stando a quanto riportato da Al Jazeera, il Ministro degli Esteri britannico appena nominato, David Cameron, visiterà Israele e i territori occupati palestinesi nella giornata di oggi. Il suo omologo iracheno, Hossein Amirabdollahian, è intanto impegnato in un tour nella regione e dialogherà con Qatar e Libano per aiutare a prolungare la tregua. Anche il Segretario di Stato americano, Anthony Blinken, sta portando avanti la discussione con le sue controparti qatariote e saudite.

Altri Paesi europei stanno portando avanti colloqui con Israele, tra cui Belgio e Spagna: i rispettivi Primi Ministri, De Croo e Sanchez, sono attesi in questi giorni nella regione coinvolta dal conflitto. Il Ministro degli Esteri Albares ha intanto dichiarato che Madrid sarà pronta a riconoscere lo Stato palestinese in tempi brevi. Albares ha rilasciato un’intervista con la stazione radiofonica spagnola RNE in cui ha detto che secondo lui «uno Stato Palestinese sarà la migliore garanzia per la pace in Medio Oriente».

Ora non rimane che convincere i paesi arabi che ancora non l’hanno fatto a riconoscere lo stato di Israele.

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