Giovani in politica

Lettera aperta a ragazze e ragazzi di Liguria

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Cari nipotini,

settimane fa, dopo la clausura Covid-19, ritrovavo l’antico piacere dell’incontro partecipando a un convegno sul futuro della nostra regione.

E scoprivo entrando in sala che nulla era cambiato: il solito assembramento di nuche grigie o candide. Il tema era importante, ma la partecipazione anagrafica vedeva l’assenza di quanti avrebbero davvero dovuto interessarsene.

Certo, “su questo piccolo pianeta siamo tutti solo di passaggio”; come su questa striscia di terra ligure, stretta e compressa tra la montagna e il mare. Però il tempo della permanenza di quelli come me si presume assai più corto di quanto a vostra disposizione.

E dunque: perché tale disinteresse? Mentre noi vecchietti continuiamo ad appassionarci.

Ormai la partecipazione al discorso pubblico è diventato un rito che i più giovani rifiutano a priori. Eppure ancora pochi anni fa vi incontravo a lezione e percepivo in maniera lampante quanto grande fosse il vostro bisogno di orientamento; sia per quanto concerne la prospettiva individuale che per la complessità generale in cui dovete vivere la vostra età; gli anni delle scelte decisive.

Mi piacerebbe capirlo e – penso – a voi converrebbe farvi capire per capirvi.

L’idea che mi sono fatto è che siete vittime di una sottrazione e – insieme – di qualche trappola.

Nel primo caso in quanto privati di ciò che un tempo si chiamavano “agenzie di socializzazione”. Noi vecchi eravamo accompagnati alla vita pubblica nei luoghi in cui apprendere a muoversi in una società strutturata (l’associazionismo giovanile di partito e delle organizzazioni para-religiose).

Ma prima ancora – pur con tutti i loro limiti – trovavamo nella famiglia e nella scuola i canali di accesso al mondo. Strutture primarie oggi disarticolate dalla crisi della genitorialità (probabilmente noi, ingombrante generazione del ’68, abbiamo destabilizzato la successiva, quella dei vostri padri) e dallo smarrimento dell’idea di educazione alla cittadinanza; persa nei meandri della formazione aziendalista (ridotta alle tre “I” semplicistiche e conformistizzanti “inglese, impresa, internet”).

In quanto alle trappole, mi riferisco a insidie sia ideologiche che tecnologiche.

Nel primo caso, la predicazione ingannevole tanto del possesso (l’idea che l’identità discende dal consumo) che del successo (la falsa convinzione che il fine giustifica i mezzi. “E chi giustificherà i fini?” si chiese un grande del secolo scorso).

Mentre le tecnologie “indossabili” (smartphone, tablet e altri gadget) favoriscono il rendezvousing, la reperibilità, ma inducono solitudine.

Di più: hanno aumentato il divario tra fasce anagrafiche, a rischio d’incomunicabilità. Noi siamo l’ultima generazione del libro, perciò dotati di mentalità sequenziale portata all’astrazione; voi siete la prima generazione della schermata, addestrata alla simultaneità che tende a pensare per esempi e immagini iconiche.

Sicché siamo diventati due specie umane con grosse difficoltà a comunicare e intendersi.

Eppure avremmo estremo interesse a farlo. Magari scambiando la vostra attitudine a parlare il linguaggio delle innovazioni al silicio, noi a consolidare sicurezza relazionale. Come farlo?

PFP

articolo scritto dalla redazione de La voce del Circolo Pertini 

N.d.R: L’opinione degli autori non coincide necessariamente con quella della Redazione. 

Foto di Copertina: Futura Web Tv

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