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Allevamento intensivo di bovini

Riscaldamento globale, allevamenti intensivi e abitudini alimentari

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Quando parliamo di emissioni di gas climalteranti ci riferiamo quasi esclusivamente all’anidride carbonica (Co2) emessa dall’uomo come risultato della combustione delle fonti fossili utilizzate per ottenere energia meccanica ed elettrica indispensabile a supportare tutta l’attività umana da 200 anni a questa parte.

Sappiamo tuttavia che tra gli altri gas ad effetto serra emessi in atmosfera, il Metano (CH4 ) per certi aspetti è molto più incisivo dal punto di vista degli effetti sul clima avendo di fatto un potenziale di 25 volte più elevato della Co2 anche se, fortunatamente, rimane nell’ambiente per un tempo minore.

Il metano è un idrocarburo semplice che generalmente si trova in natura sotto forma di gas quale risultato della decomposizione di sostanze organiche fossili.

La scienza che studia gli effetti di questi gas sull’atmosfera ci informa che il metano nel settore agricolo è responsabile per il 18% delle emissioni.

Gli altri gas sono, oltre al biossido di carbonio, il protossido di azoto (N2o) e i cosiddetti fluorurati.

Dopo le fonti naturali che pesano per un 23% e l’estrazione da combustibili fossili che sono valutate circa il 20%, la terza più importante emissione di metano deriva dalle attività zootecniche, circa il 18%.

Questa immissione di metano deriva più specificatamente dagli allevamenti di ovini e bovini, ed è il risultato del processo di digestione dei ruminanti i quali producono questo gas come effetto secondario dei loro processi digestivi a cui va sommato il gas prodotto dal letame.

La quantità di letame emesso negli allevamenti degli Stati Uniti è di poco superiore a 500 milioni di tonnellate per anno.

Per agevolarvi nella comprensione del problema vi basti sapere che questo volume è 3 volte superiore alla quantità di rifiuti prodotti nello stesso periodo dalla popolazione statunitense. Una vera e propria invalicabile montagna maleodorante e venefica.

Si tratta quindi di una immensa quantità di metano, figlia delle nostre abitudini alimentari, che vedono la carne di manzo, maiale e ovino ai primi posti della nostra dieta occidentale.

Ci sono paesi dove il consumo di carne è molto alto e parliamo di Stati Uniti, Australia, Argentina con circa 130 kg pro capite anno. Mentre in Europa le abitudini alimentari ci portano ad una media di circa 25 kg pro capite, solo 15 kg per l‘Italia.

Per tenere in equilibrio domanda e offerta oggi abbiamo in movimento sul nostro pianeta una mandria di un miliardo e trecento milioni di bovini,  due miliardi e settecento milioni di ovini e caprini e un miliardo di suini.

Tutti questi animali consumano centinaia di milioni di tonnellate di soia che vengono coltivate sottraendo spazio ad altre coltivazioni e arrivando a sacrificare anno dopo anno anche le aree ove dimorano le foreste pluviali.

Secondo i dati della FAO la superficie totale dei terreni in cui si coltiva foraggio per gli allevamenti equivale al 33% di tutta la terra coltivabile del pianeta e quando il terreno a disposizione non è più sufficiente allora si aggrediscono le foreste pluviali per fare posto a queste colture o al pascolo diretto dei bovini.

In 40 anni il fabbisogno di carne è triplicato raggiungendo un valore economico superiore ai 670 miliardi di dollari.

Un altro elemento importante da valutare, quando si ostacolano le tesi di coloro che mettono in discussione la dieta con uso limitato o nullo di carne, è l‘esagerato uso di acqua che necessariamente accompagna questo tipo di allevamenti.

Sono necessari 15 mila litri di acqua per produrre un solo kg di carne contro 322 litri per analogo peso di vegetali dove possiamo trovare la stessa quantità di proteine.

Se in ultimo aggiungiamo l’impatto sulla salute umana derivante dal consumo di carne, forse sarebbe un bene riconsiderare una dieta più spostata verso un bilanciato rapporto tra proteine animali e vegetali.

Risulta infatti dall’Istituto Nazionale per il Cancro degli Stati Uniti che coloro che consumano più carne rossa hanno il 20% in più di probabilità di sviluppare tumori e il 27% in più di morire per infarto.

Questi dati sono presenti nella letteratura medica di tutti i paesi del mondo ma rimane una certa riluttanza a mettere al bando uno stile di vita alimentare che vede ancora oggi il piatto di carne come qualcosa di necessario per la sopravvivenza ed il benessere dell’ uomo.

Oggi sappiamo che non è così ma fingiamo per interesse e pigrizia mentale che vada bene e in questo modo concorriamo a danneggiare noi stessi nel breve periodo e l’ecosistema in maniera irreversibile nel lungo periodo.

Un solo esempio per sintetizzare tutto quello che è stato detto sino a questo momento.

In un report dell’associazione Animal Equality è stato riportato che se i consumatori americani decidessero durante il corso dell’anno di rinunciare per un solo giorno alla settimana a carne e derivati, risparmieremmo l’emissione in atmosfera dell’equivalente dei gas inquinanti prodotto da sette milioni di automobili.

Chi ha affrontato molto compiutamente questo tema e ne ha poi lungamente dibattuto i diversi incontri pubblici è Jeremy Rifkin ,presidente della Foundation on Economic Trend di Washington e professore docente alla Wharton School of Finance.

Nel 1992 Rifkin ha dedicato un libro a questo argomento dal titolo ”Beyond Beef “ in cui metteva in guardia i lettori, già 30 anni fa, su quanti danni stava provocando la “cultura della bistecca” sia in termini di vite umane spazzate via dalle conseguenze di questa dieta e dai terribili effetti sull’ambiente.

Da allora gli allevamenti intensivi sono cresciuti in maniera esponenziale e il consumo della carne è triplicato.

Rifkin nel suo libro si rivolge a chiunque abbia a cuore la propria salute e il destino del nostro pianeta, ma osservando ciò che è accaduto in questi 30 anni, appare evidente che il messaggio è stato completamente ignorato.

Questo è uno di quegli esempi in cui la variazione di abitudini alimentari di tutti noi potrebbe realmente portare ad un beneficio generale all’ambientale.

Basterebbe semplicemente scegliere di ridurre o rinunciare alla carne e ai suoi derivati per registrare un impatto positivo nell’ambiente.

Quando, durante i nostri incontri, ci sentiamo domandare: “Ma cosa possiamo fare noi per tentare di migliorare la situazione climatica attuale e futura, oltre a fare la differenziata e a chiudere il rubinetto dell’acqua quando ci laviamo i denti?”

Beh, questo questa è un modo.

Modificare le nostre abitudini alimentari può fare, come abbiamo visto, una grande differenza se applicato su larga scala.

Evito di soffermarmi sulle condizioni di vita degli animali allevati nelle strutture ad alto rendimento perché questo è un altro penoso e triste argomento che già da solo dovrebbe farci riflettere sulla liceità e moralità delle nostre abitudini alimentari.

Walter Pilloni

Divulgatore Ambientale

 

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Info Walter Pilloni

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Affermato Imprenditore, da anni porta avanti la missione di divulgatore ambientale. Laureato in Giurisprudenza, ha pubblicato centinaia di articoli su clima e ambiente, realizzato 3 libri e un programma tv. Per le sue frequentazioni dei mercati asiatici, è stato nominato Ambasciatore di Genova nel mondo. E' consigliere comunale di VINCE GENOVA.

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